Festival di Venezia 2019: Joaquin Phoenix, anima inquieta tra applausi e amore

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Al photocall di Joker
Al photocall di Joker
L’arrivo, insieme al regista Todd Philipps
Sul red carpet di Joker con un completo sartoriale della collezione Stella McCartney Menswear
Sul red carpet di Joker
Sul red carpet di Joker
Sul red carpet di Joker
Sul red carpet di Joker
La firma degli autografi
Con la fidanzata Rooney Mara
Alla proiezione del film Joker

Ha già ipotecato l’Oscar come miglior attore per il suo Joker. O almeno così sembra promettergli il successo riscosso alla premiere mondiale alla Mostra del cinema di Venezia (per vederlo nelle sale italiane occorre un altro po’ di pazienza, fino al 3 ottobre, qui il trailer ufficiale). E lui, Joaquin Phoenix, fa le bizze come al solito. È un irrequieto, si sa, e prima ancora di sedersi al tavolo dell’incontro con la stampa proveniente da tutto il mondo ci ripensa e si allontana. Ha chiesto ad una hostess l’acqua in bottiglia di vetro anziché di plastica. Ma non si placa: gira sulla sedia, guarda il soffitto del Casinò e dimentica puntualmente la domanda, come fosse sintonizzato da un pianeta troppo lontano per ricevere il segnale dalla Terra.

L’unico momento in cui sembra realmente presente a se stesso è quello in cui, mano nella mano, accompagna dolcemente la sua neo-fidanzata Rooney Mara in giro per Venezia. Fanno coppia dal 2016, grazie al set galeotto di Maria Maddalena, anche se si erano già incontrati anni prima per Her ma all’epoca erano entrambi impegnati.

Che siano due eccentrici capaci di compensarsi o metà della stessa mela difficile a dirsi: parlano poco e basta una frase fuori posto per farli scappare. Phoenix davanti ai giornalisti fa qualunque cosa: si mette a fumare in sala (è successo alla Festa di Roma), con il rischio di far scattare gli allarmi anti-incendio e non si fa scrupoli a bollare una domanda come cretina (“E’ colpa delle cose stupide come quella che mi hai chiesto tu se odio i festival”, ha detto ad un collega brasiliano particolarmente invadente alla Berlinale). Quando qualcuno gli chiede un selfie invece di abbozzare passa cinque minuti buoni a spiegarti perché non pensa sia il caso (storia vera, accaduta sempre nella Capitale).

A Venezia invece, al party celebrativo di Pedro Almodovar, per la prima volta da anni è apparso rilassato: non è entrato in sala correndo a nascondersi ma si è goduto la passeggiata mano nella mano (e occhi negli occhi) con la sua bella. Come se in quel luogo gremito di ospiti ci fossero solo loro due, in un equilibrio d’amore capaci di mantenerli stabili e sereni. Hanno ammirato gli affreschi sulle pareti, hanno commentato la mostra con le foto dai set del maestro spagnolo e hanno sorseggiato qualche aperitivo conversando amabilmente, sempre fianco a fianco. A vederli così sembrerebbero il perfetto anti-stress l’uno per l’altro, un balsamo di pace per le loro anime inquiete.

A guardarsi dall’interno, però, l’attore 44enne non vede così né se stesso né i suoi ruoli, che invece spesso ritraggono personaggi instabili: “Non mi piacciono le etichette – dice – fino all’ultimo giorno di riprese un personaggio evolve e anch’io per primo mi chiedo chi stia diventando”. Nel caso di Joker, che un giornalista inglese ha ribattezzato “l’Amleto americano”, l’attrazione verso il villain del mondo di Batman è arrivata come una folgorazione: “L’idea di essere totalmente libero mi ha galvanizzato”.

È stata una bella prova anche fisica, vero?
«Assolutamente. Ho iniziato a perdere peso e subito la mia mente ne è stata influenzata, al punto che ho iniziato a leggere un manuale di psicologia che elencava le personalità multiple esistenti. L’identificazione è stata immediata, ovviamente attraverso il filtro della finzione, e mi sono preso qualche libertà ma non vorrei che uno psichiatra identificasse con chiarezza le sue problematiche medie, le ho mischiate».

In una risata a dir poco indimenticabile?
«Todd Philipps, il regista, ne ha contate almeno tre ma la verità è che quando ho letto la sceneggiatura non pensavo di essere in grado di replicare quella specie di suono quasi doloroso che mi aveva mostrato. Dovevo trovare una maniera per mostrare la trasformazione in Joker così sono andato avanti a lungo provando risate di ogni genere, in piena crisi l’ho chiamato e gli ho detto: “Voglio un provino per la mia risata”. Non sembrava felice all’idea ma lo abbiamo fatto».

Cos’altro l’ha aiutata nella metamorfosi?
«La musica. E non solo perché ce n’era sempre sul set di sottofondo ma perché in effetti cambia il mood e innesca movimenti liberatori come nella scena sulle scale e culmina nella manifestazione di Joker».

Ci pensa all’Oscar?
«Penso alla soddisfazione di aver descritto la lotta di un uomo alla ricerca della felicità e dell’amore, ma che il mondo ha ferito moltissimo. È forse l’esperienza più totalizzante della mia carriera».

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